La Dea Pale e i Palilia

Pale

Pale è un’antica divinità romana protettrice dei pastori e delle greggi. Il suo culto ha subito varie trasformazioni nel tempo, identificandola anche come uomo o coppia di dei. Dea triplice, come tutte le antiche dee, custodiva le fasi della vita: ella proteggeva le partorienti, sia donne che animali, accompagnava gli esseri viventi durante la crescita assicurando campi vigorosi e animali forti per il loro nutrimento, e presidiava la morte come Dea della Guerra. I suoi simboli sono la fiaccola, le corna d’ariete, le sorgenti di acque montane e il pastorale, allegorie del suo stesso essere: Pale proteggeva i pastori e il bestiame dalle insidie del mondo rustico, come i lupi o i fauni e le ninfe, donava abbondanza d’acqua, d’erbe e di tutto ciò che era utile al sostentamento dell’uomo. I suoi fedeli erano soliti porre la sua immagine scolpita nel legno sotto gli alberi per propiziare la crescita dei pascoli. A lei erano rivolti gli epiteti di Montana e Pastoria, per aumentare il potere fecondante degli armenti e per proteggerli dalle malattie. 

Celebrazione della festa dei Palilia in onore della Dea Pale

“Proteggi il gregge e insieme al gregge i pastori
e fuggano i malanni, scacciati dalle mie stalle.
Se pascolai in sacro suolo, o sedetti sotto un albero sacro,
o una mia pecora ignara brucò erba da una tomba,
se entrai in un bosco proibito,
e furono dal mio sguardo messe in fuga le ninfe
o il dio capro a metà,
se la mia falce spogliò d’ombroso ramo una selva sacra,
le cui foglie offrii in un cestella a una pecora malata,
perdona la mia colpa,
e non mi noccia l’aver messo al riparo in un agreste tempio
il mio gregge mentre grandinava.
Né mi sia danno aver turbato una fonte:
perdonatemi o Ninfe,
se con gli unghiati piedi del gregge intorbidai le acque.
Tu, o dea, placa in nostro favore le fonti,
e i numi delle fonti, e gli dei sparsi per tutti i boschi….”
Preghiera a Pale-Ovidio|”I Fasti” libro IV, Zanichelli, Bologna 1942

Il tempio sul Palatino

Si narra che il tempio di Pale fosse fosse posizionato sul Palatino, il cui nome deriverebbe appunto dalla dea Pale, (così come pallido, in quanto Pale era anche portatrice del chiarore lunare nella sua incarnazione di Dea Luna) che era simbolo dell’organizzazione patrizia. All’epoca, infatti, la ricchezza veniva conteggiata in numero di animali posseduti. Il Palatino si contrapponeva all’Aventino, casa della dea Cerere e simbolo dell’organizzazione plebea. Pale e Cerere, insieme a Fortuna, appartenevano ad una delle numerose triadi di divinità, matrone della ricchezza e della fertilità della terra.

I Palilia

Le feste di Pale, chiamate Palilia o Parilia, si celebravano il 21 aprile, al culmine della primavera. Durante queste celebrazioni i pastori accendevano grandi fuochi e li attraversavano saltando, a simboleggiare la purificazione e la rinascita attraverso le fiamme. Successivamente lo stesso giorno venne dedicato al Natale di Roma, facendo coincidere la sua fondazione con il giorno sacro alla dea della Natura. Troviamo ampie descrizioni dei Palilia nei testi di Ovidio, il quale partecipò personalmente alle celebrazioni cittadine di cui ci narra nei sui Fasti. 

Nel rito urbano, che si festeggiava nella città di Roma, la vestale più anziana bruciava profumi sull’ara di Vesta e vi univa le ceneri di vitello, sangue di cavallo e steli di fave. Il sacrificio del vitello veniva compiuto in un’altra festività religiosa, le Fordicidia, durante la quale si sacrificava una mucca incinta al dio Tellus per propiziare l’abbondanza dei campi e la salute del bestiame. Il vitello veniva estratto dal grembo materno e bruciato. Il sangue di cavallo, invece, derivava dalla testa del cavallo di destra della biga vincitrice durante la festa dell’Equus October dell’anno precedente, sacrificato al dio Marte. Il vitello rappresentava colui che deve vedere la luce, la nascita, il cavallo simboleggiava colui che aveva vinto e regnava e le fave erano legumi sacri a Cerere, il frutto che moriva e dava vita ad una nuova pianta. Ritorna l’allegoria delle tre fasi della vita: nascita, crescita e morte. Le ceneri superstiti venivano poi gettate nei campi per fecondarli e propiziarne i frutti.

Il rito rurale, che si svolgeva nelle campagne, era celebrato dal pastore stesso. Egli preparava l’ovile e lo decorava con rami d’erba e una corona di alloro sul cancello. All’alba egli purificava le greggi, lavandole con acqua e accendendo un falò di paglia, rami di alloro, ulivo e zolfo. Gli scoppiettii provenienti dalle fiamme venivano interpretati come presagi positivi o negativi a seconda del suono prodotto. Dopodichè il pastore saltava attraverso le fiamme con il suo gregge e andava ad offrire torte di miglio e latte alla dea Pale. A questo punto la cerimonia procedeva con acqua di rugiada sulle mani del pastore che si rivolgeva ad oriente e recitava una preghiera a Pale per quattro volte, affinchè sia il pastore che il bestiame fossero liberati da tutti i mali e venissero assolti da tutte le colpe commesse contro la Madre Terra. I festeggiamenti si concludevano con ulteriori tre salti purificatori del pastore attraverso le fiamme, dopo aver assunto la bevanda burranica, una miscela di latte e vin cotto (sapa).